Eventi

Auguri di buona Pasqua

publicado a la‎(s)‎ 29 abr. 2013 8:36 por San Francesco A Ripa

Buona Pasqua Fratelli e Sorelle

 

CREDIAMO IN CRISTO CROCIFISSO E RISORTO

 
 

    L’anno della fede che il Papa emerito, Benedetto XVI, ha voluto che celebrassimo in questo anno liturgico, costringe tutti noi a fare non solo una seria verifica della nostra fede, ma anche a chiederci quali sono i contenuti fondamentali della nostra fede.

 

    Non c’è dubbio che il fondamento della fede cristiana, celebrato e proclamato soprattutto nella Pasqua, è la passione-morte e risurrezione di Gesù. È però un fondamento fragile, che può essere facilmente svuotato o travisato, perché è costituito dal succedersi di due eventi, tra loro opposti e apparentemente contraddittori: la passione-morte, che è evento umanissimo, sperimentato in qualche modo da ogni uomo al di là della diversa forma concreta che assume, e la risurrezione, evento che è invece azione di Dio vissuta nella storia solo dall’uomo Gesù di Nazaret.

    Questo evento eccezionale va custodito con molta vigilanza dai cristiani.

 

    Se risaliamo alla fonte vera, i vangeli, ci colpisce subito il fatto che nel primo vangelo, quello di Marco, scritto circa tre decenni dopo la morte di Gesù, il racconto della passione e morte sia lungo, sproporzionato rispetto a quello della vita: un quinto dell’intero vangelo. Segnale indubbio di quanto la vicenda della passione-morte stesse a cuore all’evangelista e di quanto fosse percepita come determinante per la fede cristiana. Sì, perché Gesù, il rabbi e il profeta che aveva radunato una comunità di discepoli e un gruppo di simpatizzanti, era morto condannato dal potere religioso legittimo e dal potere imperiale romano come uomo pericoloso e contrario al bene comune. Bisognava allora dimostrare che Gesù era “giusto”, che era passato facendo il bene, curando, guarendo, sconfiggendo il potere del demonio, e che nella sua vita spesa per amore di Dio e dei fratelli non aveva commesso nessun male. Bisognava dimostrare come si svolse il processo religioso e quello romano, come Gesù visse le sofferenze delle percosse, della persecuzione e della morte violenta: per questo il racconto della passione resta un racconto sobrio, in cui non c’è nessun compiacimento e nessun attardarsi sul dolore di Gesù. Dice solo: “Gesù fu flagellato... fu deriso... fu caricato della croce... fu crocifisso...”. Racconti che, non vogliono che ci si soffermi a contemplare le torture, non inducono alla tentazione di esaltare le sofferenze di Gesù, ma che si ponga l’attenzione sulla mitezza di Gesù, sulla sua qualità di agnello mansueto di fronte ai suoi carnefici: Gesù, che per diritto avrebbe potuto chiedere a Dio la vendetta, maledire quei suoi nemici, ha invece chiesto perdono per i suoi persecutori. Non è venuto meno alla sua giustizia e ha continuato ad amare gli uomini fino alla fine, fino alla morte. I vangeli vogliono far entrare il lettore nella preghiera, nel cammino di conversione: la descrizione della passione e morte in croce è per attirare tutti a Cristo.

 

    Non lasciamoci quindi prendere dalla tentazione di leggere Gesù solo nell’evento puntuale della sua morte. Se fosse venuto solo per morire per noi, allora gli sarebbe bastato morire nella strage dei bambini di Betlemme voluta da Erode! No, la vita di Gesù è stata, come dice Paolo, un “volerci insegnare a vivere in questo mondo”, amare fino a morire per tutti.

 

    La passione, poi, va letta alla luce della risurrezione. È questo il vero annuncio cristiano: la morte non è più l’ultima parola, l’odio è vinto dall’amore, il dolore è trasfigurato in gloria. La chiesa lo ha sempre capito e proclamato. Infatti, nella liturgia del venerdì santo essa legge la passione secondo Giovanni, racconto della gloria di Gesù che si manifesta proprio nella narrazione della passione, gloria di chi depone la vita per amore e nella libertà. I cristiani, allora, quando leggono o ascoltano la passione, contemplano sì un volto sfigurato, ma sapendolo ormai glorioso e trasfigurato: non si fermano davanti alla morte come se fosse una realtà definitiva. Non a caso per ben dodici secoli i cristiani di oriente e di occidente si sono rifiutati di rappresentare Gesù morto in croce. Se continuano ad esserci ferite nel corpo dell’uomo, queste non sono un invito al dolorismo, ma tracce e segni che nel vissuto degli uomini si può scorgere ancora qualche conformità a Cristo, il Maestro e Signore sofferente e vittorioso.

    

    Per questo motivo la lettura autentica della passione di Cristo si fa anche contemplando i sofferenti, i poveri, gli ultimi, i bisognosi della terra.  Il nostro dovere di cristiani è di guardare a loro come coloro che meglio di tutti rappresentano Gesù povero, umiliato e crocefisso, e accoglierli, soccorrerli, perché come ci ricorda il vangelo di Matteo (25,40): “ogni volta che l’avete fatto a uno di questi ultimi, l’avete fatto a me”.

 

    È il modo per aiutarli a rialzarsi e a risorgere nel corpo e, quando non è possibile, nello spirito. È il modo per annunciare a loro che la malattia, il dolore e la morte non hanno l’ultima parola, perchè Gesù per primo è risorto.

 

    Vi propongo questa riflessione di Mons. Tonino Bello, che sintetizza in modo sublime i nostri Auguri Pasquali.

 

“COLLOCAZIONE PROVVISORIA”

 

    Nel Duomo vecchio di Molfetta c’è un grande crocifisso di terracotta. L’ha donato, qualche anno fa, uno scultore del luogo.  Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria.

 

    La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell’opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di li, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito.

 

Collocazione provvisoria.

 

    Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo. Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non ti disperare, dolcissima, che hai partorito un figlio focomelico.

 

    Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non angosciarti, tu che per un tracollo improvviso vedi i tuoi beni pignorati, i tuoi progetti in frantumi, le tue fatiche distrutte. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire.

 

    Coraggio.  La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre collocazione provvisoria. Il Calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale.

 

    Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce. C’è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo. Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si  fece buio su tutta la terra. Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra.

    

    Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell’uomo.

 

Buona Pasqua a tutti, soprattutto a coloro che portano i segni e il peso della croce.

I Frati francescani

Calendario Settimana Santa 2013

publicado a la‎(s)‎ 29 abr. 2013 8:24 por San Francesco A Ripa   [ actualizado el 29 abr. 2013 8:25 ]

24 MARZO - DOMENICA DELLE PALME

LE SS. MESSE SEGUIRANNO L'ORARIO FESTIVO: 7,30 - 9,00 - 11,00 - 18,30

Le Palme saranno benedette durante ognuna delle Celebrazione.

 

28 MARZO – GIOVEDI’ SANTO

ORE 18 - MESSA IN COENA DOMINI

20,30 - 21,15 ADORAZIONE EUCARISTICA

 

29 MARZO – VENERDI’ SANTO

ORE 17 - CELEBRAZIONE DELLA VIA CRUCIS

ORE 18 - SOLENNE CELEBRAZIONE IN PASSIONE DOMINI

 

30 MARZO - SABATO SANTO

ORE 22,30 SOLENNE VEGLIA PASQUALE

 

31 MARZO - PASQUA DI RESURREZIONE

LE SS. MESSE SEGUIRANNO L'ORARIO FESTIVO: 7,30 - 9,00 - 11,00 - 18,30

Quarto Centenario della nascita di san Carlo da Sezze

publicado a la‎(s)‎ 29 abr. 2013 8:23 por San Francesco A Ripa

Cari fratelli, pace e bene.

San Carlo da Sezze (19 ottobre 1613 – 2013)

Santità nel Seicento

Oltre al Beato Bonaventura da Barcellona e a san Tommaso da Cori, la nostra Provincia ha avuto nel Seicento tanti altri confratelli morti in concetto di santità, alcuni dei quali hanno avuto il riconoscimento del culto da parte della chiesa. Ad aprire la gloriosa e lunga fila è San Carlo da Sezze. Si chiamava Gian Carlo Melchiorri ed era nato a Sezze (Latina) il 19 ottobre 1613. Trascorse gli anni della fanciullezza e dell’adolescenza lavorando nei campi o badando al gregge paterno. A 22 anni si fece frate Minore tra i Riformati, compì il noviziato a Nazzano e professò la Regola con i voti solenni il 19 maggio 1633, rimanendo semplice fratello laico. Avrebbe voluto partire missionario in India, ma i superiori disposero altrimenti. Per tre volte, come racconta lui stesso nell’Autobiografia, chiese di andare missionario, per morire martire. Due volte gli fu rifiutato causa la giovane età. La terza volta aveva perfino inoltrato già regolare domanda al Cardinale Barberini, ma una malattia improvvisa lo costrinse al ricovero all’infermeria di San Francesco a Ripa. Commenta amaramente fra Carlo: "E da qui conobbi chiaramente che la volontà di Dio era che non morissi martire, ma che abbracciassi il martirio della santa obbedienza".

Visse così la sua vita religiosa come questuante, ortolano, cuoco e sagrestano nei conventi di Ponticelli, Palestrina, Carpineto, San Francesco a Ripa e San Pietro in Montorio. Fu un vero frate minore, con l’anima invasa da mistica letizia. Espresse tutta la sua veemenza interiore in canti spirituali, degni di essere accostati a quelli di San Giovanni della Croce; in opere mistiche di grande spessore teologico, fatte oggetto di meraviglia da parte degli studiosi, data la scarsa preparazione culturale di fra Carlo. Tra le opere conservate e pubblicate ricordiamo: Le Tre Vie, il Sacro Settenario, i Discorsi della vita di Gesù, l’Autobiografia, scritta per ordine del confessore (la cui pubblicazione fu curata da P. Raimondo Sbardella, ndr). Non ci meravigliamo se a proposito di tutta questa vasta produzione si è parlato di scienza infusa, di un dono straordinario dello Spirito Santo. Giustamente san Carlo da Sezze può essere annoverato tra i più grandi mistici del suo tempo. La sua vita è stata un’esperienza continua, ricca di fede semplice, umile, tutta pervasa di amore ardente verso Dio e verso il prossimo. Fu devotissimo della Passione di Cristo, dell’Eucaristia e dell’Immacolata. Il Signore lo ha degnato di fenomeni mistici, quali l’estasi, rapimenti, profezie, rivelazioni e miracoli. È impressionante ciò che accadde a fra Carlo nell’ottobre del 1648. Mentre pregava nella chiesa di San Giuseppe a Capo le Case, il suo cuore fu trafitto da un dardo di luce, partito dall’Ostia consacrata al momento della elevazione. Una trafittura riconosciuta e attestata dai medici dopo morte e rimasta tale per secoli nel cuore incorrotto. Una reliquia preziosissima rubata recentemente, ad opera di ladri. Fra Carlo da Sezze morì il 6 gennaio 1670 e fu dichiarato Santo da Giovanni XXIII il 12 aprile 1959.

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